Incontro sul treno.

Oggi ho preso il treno per tornare a casa. Come al solito era gremito di gente e bisognava sgomitare per riuscire a passare. Finalmente mi faccio largo tra le persone e riesco a trovare posto per me e la mia valigia. Mi siedo, mi sistemo e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo. Metto le cuffiette e faccio partire la prima playlist che mi capita. La musica comincia a suonare e io mi perdo nei miei pensieri.

Seduto di fronte a me c’è un signore. È molto elegante, e accanto a lui ha appoggiato il suo cappotto blu. Quando mi sono seduta ho notato che per cortesia l’ha appoggiato sulle sue ginocchia; forse per farmi spazio, forse per delimitare quale fosse il suo, di spazio. Estrae quello che resta di un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e si strofina il naso. Mi guarda ed educatamente mi chiede scusa per i rumori.

Si sa, a dicembre è normale soffiarsi il naso, mali di stagione.

Mi fissa. Ha sicuramente qualcosa da chiedermi. Tolgo le cuffiette e lo ascolto.

“Studia architettura a Venezia?”

Si vede che ho la faccia da architetto, si vede che puzzo di laguna, ma la domanda che lo turbava da quando mi son seduta era questa.

Forse gli ricordavo una sua vecchia fiamma oppure aveva semplicemente dimenticato di prendere su il libro da finire per poter leggere durante questo viaggio in treno.

“No, studio fotografia a Padova” Gli rispondo.

“Ah la mia facoltà!”

Immediatamente penso di avere un fotografo di fronte a me e penso che avesse attaccato bottone solo perché sentiva che ero come lui.

“Cos’ha studiato?” Chiedo, giusto per essere sicura di non fare una figuraccia.

“Uuh sono passati troppi anni. Ho fatto ingegneria, mi sono laureato nel ’67”

“Complimenti, per quel tempo coloro che si laureavano non erano molti, al contrario di oggi”

Sbuffa divertito ed imbarazzato dal complimento che non sa cosa dire, quindi lascia seguire un lunghissimo minuto silenzioso.

“12 dicembre 1967. Allora si studiava per rendere piu semplice la vita alle donne. Progettavamo i motori per le lavatrici.”

Sono stupita, il signore di fronte a me aveva assistito e probabilmente partecipato alla creazione di un oggetto così quotidiano che non avevo mai pensato a quelli che ci avevano pensato. La mia espressione parla per me.

“Che lavoro ha fatto? O sta facendo insomma…” mi correggo perché non voglio farlo sentire troppo anziano.

“Non ho mai smesso di progettare. Sono sveglio da questa mattina alle 6.30 e ho fatto tutto il giorno a Venezia! Ora me ne torno a Verona dove ho lo studio”

“Ah che bella Verona, ci ho vissuto per tre anni, mentre frequentavo lingue all’università, però sono di Mantova”

Mi tocca sempre dire la provincia, perché chi cavolo la conosce Casaloldo!?

“Ho lavorato per Mantova e Desenzano per il progetto sulle acque del lago di Garda”

Non ho capito che progetto fosse. Nella spiegazione si perdeva in altri discorsi.

“Si fa per parlare, per far passare il tempo in treno” mi dice.

“Non si preoccupi, mi piace ascoltare le storie delle persone che non conosco”

E tra me e me stavo già pensando a come scriverla.

Non dice più nulla.

Mi rimetto le cuffiette, lui riappoggia il cappotto sul sedile affianco al suo. Forse ha capito che non ha nulla di cui preoccuparsi.

“Sono arrivato, scendo. È stato un piacere. Spero di rincontrarla!”

“Magari di nuovo su questo treno, chissà” rispondo.

“Già, chissà”

Se ne va con il suo cappotto e mi lascia con la sua storia da raccontare.

3 pensieri su “Incontro sul treno.

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