Un 2017 che sta ormai terminando

Del 2017 oramai non restano che poche ore.

Nonostante abbia il 17 al suo interno, per me è stato tutt’altro che sfortunato. Sarà l’anno che mi ricorderò per sempre, di cui serberò il ricordo per tutta la mia vita.

Ho conosciuto persone meravigliose, in cui ho scoperto sincere amicizie, ma soprattutto ho conosciuto me stessa. Mi sono trovata in situazioni di solitudine che mi hanno portata dal temerle ad apprezzarle. Trascorrere del tempo con me inizialmente mi spaventava, cercavo di evitare quelle situazioni, ma poi costretta a conviverci sono arrivata quasi a cercarle e ad averne bisogno.

È stato poi l’anno della mia laurea, l’anno che ha sancito la fine della mia vita a Verona, con la sua routine e le persone che le accompagnavano. Ma è stato anche l’anno della laurea dell’amore della mia vita. Anno di conquiste per entrambi, e la trovo una cosa meravigliosa. Sia io che lui abbiamo raggiunto un traguardo importantissimo.

In questo 2017 ho incominciato a studiare la cosa che forse amo fare di più al mondo, ovvero la fotografia. Mi sono trasferita a Padova e ho iniziato a frequentare l’istituto dei sogni. Ho la certezza che ora la mia vita sarà immersa nella fotografia e in tutte le sue sfaccettature e spero che sarà così per sempre. In questa nuova città ho trovato nuove amicizie, ma ho l’occasione di approfondire anche quelle vecchie, di quelle speciali e importanti, che spero porterò con me per tutta la vita.

In quest’anno ho anche vissuto momenti di sconforto e tristezza, ma che di certo non supereranno mai quelli di gioia e determinazione.

Mille volti, mille esperienze, altrettante canzoni e risate.

Spero che questo nuovo anno possa essere anche solo in parte bello come quello che ormai ci sta lasciando.

Buon anno a tutti.

Incontro sul treno.

Oggi ho preso il treno per tornare a casa. Come al solito era gremito di gente e bisognava sgomitare per riuscire a passare. Finalmente mi faccio largo tra le persone e riesco a trovare posto per me e la mia valigia. Mi siedo, mi sistemo e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo. Metto le cuffiette e faccio partire la prima playlist che mi capita. La musica comincia a suonare e io mi perdo nei miei pensieri.

Seduto di fronte a me c’è un signore. È molto elegante, e accanto a lui ha appoggiato il suo cappotto blu. Quando mi sono seduta ho notato che per cortesia l’ha appoggiato sulle sue ginocchia; forse per farmi spazio, forse per delimitare quale fosse il suo, di spazio. Estrae quello che resta di un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e si strofina il naso. Mi guarda ed educatamente mi chiede scusa per i rumori.

Si sa, a dicembre è normale soffiarsi il naso, mali di stagione.

Mi fissa. Ha sicuramente qualcosa da chiedermi. Tolgo le cuffiette e lo ascolto.

“Studia architettura a Venezia?”

Si vede che ho la faccia da architetto, si vede che puzzo di laguna, ma la domanda che lo turbava da quando mi son seduta era questa.

Forse gli ricordavo una sua vecchia fiamma oppure aveva semplicemente dimenticato di prendere su il libro da finire per poter leggere durante questo viaggio in treno.

“No, studio fotografia a Padova” Gli rispondo.

“Ah la mia facoltà!”

Immediatamente penso di avere un fotografo di fronte a me e penso che avesse attaccato bottone solo perché sentiva che ero come lui.

“Cos’ha studiato?” Chiedo, giusto per essere sicura di non fare una figuraccia.

“Uuh sono passati troppi anni. Ho fatto ingegneria, mi sono laureato nel ’67”

“Complimenti, per quel tempo coloro che si laureavano non erano molti, al contrario di oggi”

Sbuffa divertito ed imbarazzato dal complimento che non sa cosa dire, quindi lascia seguire un lunghissimo minuto silenzioso.

“12 dicembre 1967. Allora si studiava per rendere piu semplice la vita alle donne. Progettavamo i motori per le lavatrici.”

Sono stupita, il signore di fronte a me aveva assistito e probabilmente partecipato alla creazione di un oggetto così quotidiano che non avevo mai pensato a quelli che ci avevano pensato. La mia espressione parla per me.

“Che lavoro ha fatto? O sta facendo insomma…” mi correggo perché non voglio farlo sentire troppo anziano.

“Non ho mai smesso di progettare. Sono sveglio da questa mattina alle 6.30 e ho fatto tutto il giorno a Venezia! Ora me ne torno a Verona dove ho lo studio”

“Ah che bella Verona, ci ho vissuto per tre anni, mentre frequentavo lingue all’università, però sono di Mantova”

Mi tocca sempre dire la provincia, perché chi cavolo la conosce Casaloldo!?

“Ho lavorato per Mantova e Desenzano per il progetto sulle acque del lago di Garda”

Non ho capito che progetto fosse. Nella spiegazione si perdeva in altri discorsi.

“Si fa per parlare, per far passare il tempo in treno” mi dice.

“Non si preoccupi, mi piace ascoltare le storie delle persone che non conosco”

E tra me e me stavo già pensando a come scriverla.

Non dice più nulla.

Mi rimetto le cuffiette, lui riappoggia il cappotto sul sedile affianco al suo. Forse ha capito che non ha nulla di cui preoccuparsi.

“Sono arrivato, scendo. È stato un piacere. Spero di rincontrarla!”

“Magari di nuovo su questo treno, chissà” rispondo.

“Già, chissà”

Se ne va con il suo cappotto e mi lascia con la sua storia da raccontare.

Numeri pari

Il mondo è pensato per i numeri pari.

La base della nostra società è fondata sulla coppia, due persone che si amano, due individui. Numero pari.

Un tavolo generalmente tiene quattro, sei o otto persone. Un numero pari che condivide il cibo.

Un letto mattimoniale ha due posti.

Un quadrato ha quattro lati. Un cubo sei facce. Numeri pari.

Ma io penso, ma quel “in più”, quel uno in più che non ci sta, o che per starci fa stare scomodi gli altri, rovinando la perfezione dei numeri pari, come si deve sentire?

Ci ragiono.

E arrivo alla conclusione che ognuno di noi potrebbe essere quello “in più”, che distrugge la precisione.


Questo pensiero ha qualche anno e ho deciso di rispolverarlo e pubblicarlo poiché anche una canzone che mi piace molto ha deciso di condividere con me questo pensiero.